
ARTICOLO IN L’ESPRESSO – APRILE 2010
Nella bandiera del suo Paese, caso unico al mondo, compare anche un kalashnikov. Ma dalla fine della guerra civile in Mozambico, a metà anni Novanta, Gonçalo Mabunda con fucili, bombe e granate crea sedie e poltrone, animali preistorici con ali e zampe gigantesche, robot antropomorfi col cilindro in latta calato su occhi di bulloni. I calci in legno dei mitragliatori Ak-47, sequestrati nel Paese dopo il 1992, nelle sue installazioni si trasformano così in schienali di sofà e le file di cartucce metalliche diventano ricci sulla testa di un omino occhialuto. E’ per aver trasformato in arte l’orrore della guerra che il 29 maggio 2010 lo scultore 35 enne riceverà il premio Albatros, sezione Cultura, a Vietri sul Mare (Sa). Un riconoscimento che arriva dopo tante mostre collettive e personali in Europa e negli Usa. Ma a chi lo incontra fra i suoi mostri fatti di pistole e munizioni, mentre sorseggia una birra nel Centro culturale franco-mozambicano di Maputo, Gonçalo risponde che la gioia non arriva dai riconoscimenti internazionali.”Mi interessa semplicemente creare – sorride – essere soddisfatto di ciò che vedo nascermi fra le mani, nel mio atelier. E poi, attraverso le mie sculture, avvicinare i bambini di strada all’arte, aiutarli così, a scoprire se stessi”.
Giulia Gentile
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INTERVISTA DEL ARTISTA IN ALBATROS – APRILE 2010
Quando la guerra diventa arte
L’ arte intesa come modellatrice della realtà , capace di poter stravolgere il fine delle cose e trasformarle in qualcosa di completamente diverso. Questo il tema centrale dei lavori di Gonçalo Mabunda, artista mozambicano attivo sulla scena internazionale da oltre quindici anni. Mabunda, che vanta esposizioni all’ interno di celebri musei come il Kunst Palast di Dusseldorf e il Centre Georges Pompidou di Parigi, è stato scelto dall’ Associazione Saman, impegnata in numerose iniziative a carattere umanitario e solidaristico, in particolare nei confronti di bambini e adolescenti per la mostra Trasformiamo la guerra, inaugurata a Milano il 14 aprile e apertura fino al 19. Saman ha portato a Milano una collezione di 10 opere, principalmente sedute e oggetti di arredo, che l’ artista ha realizzato utilizzando armi o parti di armi provenienti dal suo Paese d’ origine, qui reinterpretate giocando sul contrasto guerra/morte e arte/vita. Obiettivo di Mabunda è quello di veicolare un inatteso messaggio di pace sdrammatizzando il significato distruttivo degli ordigni bellici; le armi decontestualizzate diventano elementi che possono unificare i popoli.
Com’ è nata l’ idea di trasformare le armi in opere d’ arte?
“L’ idea è nata nel 1997 grazie ad un progetto nato dalla collaborazione fra il Canada e il Consiglio Cristiano del Mozambico. Dopo la Guerra Civile, infatti, armi seminate per tutto il Paese furono raccolte e, con questo progetto, conosciuto come TAE, alcuni artisti furono coinvolti per trasformare queste armi in opere d’ arte. Io in quel momento lavoravo con il metallo, anche per questa ragione accolsi con molto piacere il progetto.”
Mi può dire come è arrivato a concepire e creare le opere presenti a Milano?
“Creare è qualcosa che faccio già da tempo. Ma per quanto riguarda Milano, devo ammettere che l’ idea fu di Achille Saletti (Presidente di Saman), basata su un lavoro che coinvolgesse armi e design. Devo, inoltre, aggiungere che in realtà ciò che a me interessa è il creare in sè, e in modo assoluto, non pensando mai alle esposizioni a cui partecipo o cui ho partecipato.”
Dusseldorf, Parigi, New York, Roma, Londra e ora Milano: anche se non ci pensa, di strada, tuttavia, ne ha fatta..
“Sono state certamente tutte esperienze bellissime, tuttavia, come dicevo, il mio orgoglio deriva solo dal mio creare e non dai luoghi che mi hanno ospitato o in cui sono stato partecipe come artista. La ù grande paura è in effetti quella di non essere più capace di creare, la mancanza di estro. Mi auguro, al contrario, di poter sempre essere creativo.”
In quali risultati sperava quando ha iniziato la sua carriera d’ artista?
“Il risultato è un concetto molto relativo per me. In ogni cosa che facciamo possiamo avere differenti risultati. Io non ho mai pensato, e chi mi conosce sa che non è un concetto molto distante dal mio modo di essere, di vincere. Mi sono, invece, sempre preso cura del mio creare, questo per me è il risultato, semplicemente la creazione delle mie opere. Il mio risultato è in quello, è quello. Il mio risultato termina nella mia casa, nel mio atelier, quando sono soddisfatto di quello che ho creato.”
Sta lavorando ad altri progetti?
“Attualmente la mia più grande preoccupazione è l’ Universidade de Rua (L’ università di Strada) dove sto cercando di dimostrare come i bambini di strada sono molto più “universitari” di molti che hanno il diploma. Loro, differentemente, hanno un Diploma di Vita.”
Può parlarci di una sua opera del passato alla quale è particolarmente legato?
“Sono molto legato alla mia prima opera d’ armi che chiamai “O viajante inocente” (Il Viaggiante Innocente). Ho dato a quelle armi una voce e una speranza: la speranza di un uomo che ha sentito dire che la guerra era terminata, e decide di fare un viaggio, innocente, credendo solo in quello che aveva sentito e rischiando la sua vita, viaggiando per tutto il Mozambico, senza avere la certezza, un giorno, di far ritorno a casa. Credendo solo nella pace. Come me.”
Perchè venire a vedere le sue opere?
“Per imparare, per cercare di intendere qualcosa non semplice da spiegare. Per immaginare il percorso, il cammino di tutte le armi che ne fanno parte. Capire, invece, è qualcosa di più difficile.”
Qual è il significato dell’ arte per lei?
“L’ arte è cultura, vita e pace. Nell’ arte non c’è lotta. Le mie opere dimostrano come anche strumenti terribili usati per la morte possano trasformarsi in qualcosa di diverso e bello.”
di Salvatore Gaeta
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